Qualsiasi impresa umana punta al successo.

Chi scala una vetta inviolata, sperimenta un nuovo vaccino o avvia un’azienda lo ha ben presente. Che nasca da un sogno o da un ragionato calcolo, sia parto di un visionario o di un rodato gruppo di ingegneri, la formula della felicità prevede il pieno compimento dello scopo con il successo.

Il che vale, indubbiamente, anche per le imprese editoriali. Che non vanno confuse, come a volte capita, con un giochetto da ricchi o un hobby. Producano libri o li rivendano, anche le imprese editoriali puntano, o dovrebbero puntare, al successo.

Ma il mondo editoriale nel suo insieme – e le singole aziende, salvo rare eccezioni – appaiono in realtà quasi onlus mascherate da imprese commerciali.

Come mai?

Se lo chiede AIE, associazione storica che fino a poco fa rappresentava, quasi in esclusiva, gli editori? Come mai è nata da poco ADEI – Associazione degli editori indipendenti che oggi raccoglie già circa 300 soci?

Cosa è accaduto dopo la spaccatura interna all’antica AIE, fra chi due estati fa ha deciso che il Salone del Libro di Torino era – al netto dei suoi problemi economici e gestionali – una realtà culturale da sostenere, e chi ha deciso che conveniva “copia-incollarne” un doppione fabbricato a tavolino? All’epoca, diversi editori indipendenti lasciarono l’Associazione: fra questi alcuni marchi storici come Iperborea, e/o, Minimum Fax.

Più di ogni altra cosa, ha diviso e divide gli editori l’opinione in merito alla Legge sul commercio dei libri. L’attuale legge, che porta il nome del presidente di AIE Levi, è nata con la migliore delle intenzioni, e ha segnato un passaggio dal Far West a un mondo di regole minime. Regole troppo lasche, tuttavia: tipicamente all’italiana, formulate in modo da permettere rovinose eccezioni. Le continue, inutili campagne con raffiche di sconti sul prezzo del libro, o ben mascherate regalie hanno promesso ai clienti – e non mantenuto – prezzi migliori, producendo due conseguenze nefaste; l’aumento dei prezzi di copertina per compensare gli sconti; soprattutto la totale perdita di guadagni per tutti: librai, editori, autori, traduttori. Gli sconti hanno senso se sono eccezionali, non se li si applicano di continuo! Di questa follia se ne sono accorti i librai: grandi e piccini, soprattutto se indipendenti. Prima ancora, se ne erano ben accorti gli editori indipendenti: risale a 8 anni fa un convegno internazionale sul tema, cui partecipò il compianto André Schiffrin, esponenti del tedesco Börsenverein des Buchhandels, autorevoli rappresentanti da Francia e Olanda. Giustamente, da anni invocano tutti insieme un cambiamento.

Il prezzo fisso dei libri è auspicato anche dall’Unione Europea da più di 15 anni per garantire editori e librai indipendenti, e in definitiva il mercato del libro.

Una legge vera, come nei Paesi europei, dove le librerie non chiudono di continuo, è insomma necessaria. Ma non è solo il desiderio di dar vita a una Legge vera, efficace e rispettata a unire 300 editori. C’è la volontà di architettare un piano articolato, basato sulla continuità di concerto con le istituzioni, per migliorare la formazione del comparto, ricostruire la domanda di lettura; trasmettere l’idea che leggere non sia solo bello e divertente ma che dia consistenza alla vita e che il linguaggio e gli sforzi richiesti dai libri portino assai più lontano di quanto non appaia. I libri e la lettura concorrono a ridare slancio a una società e a un Paese, ne siamo convinti. Però è il caso di razionalizzare azioni e strategie e evitare sprechi e doppioni – il caso di Tempo di Libri insegna – e di creare un tessuto armonioso fra voci e stili felicemente diversi, attualmente troppo scoordinati.

Il mondo di AIE è parso più proteso a vendere al meglio, non a vendere meglio. A far fuori le scorte, non a ricaricare le esauste batterie di chi si tiene alla larga da quella meraviglia del possibile, dell’immaginario, della conoscenza rappresentata dalla lettura.

Per queste ragioni, dopo aver tentato di sostenere dall’interno la “vecchia” associazione, di suggerire – totalmente inascoltato – qualche cambiamento, da un paio di mesi sono felice di dedicarmi alla presidenza di ADEI; che non rappresenta solo gli editori indipendenti, ma gli interessi più alti del mercato del libro e il sostegno della lettura.

Per queste ragioni, al termine dell’anno lascerò definitivamente AIE, a mio parere troppo antica nei principi, nella visione di un marketing poco ispirato e poco attraente, che fatica, de facto, a fare il bene economico perfino dei cosiddetti “grandi” che la sostengono.

Tra i primi passi di ADEI, ci sono misure e progetti per diffondere i libri italiani all’estero. Molti altri seguiranno, come si deciderà nell’assemblea generale del 6 dicembre prossimo a Roma.

Incredibilmente, siamo l’unico Paese europeo a non avere un serio sostegno alle traduzioni, a non disporre di uno strumento condiviso di promozione dei nostri libri presso gli altri Paesi.

Il fatto che AIE, al semplice nostro cenno di interesse a resuscitare uno splendido strumento in rottamazione come Books in Italy, si sia risvegliata e abbia proclamato: <<ah, ma questo lo vogliamo anche noi!>> la dice lunga.

Forse c’è qualche buon cambiamento in vista.

Magari, un Governo che AIE vedeva come “interlocutore impossibile” si farà partigiano di una legge che, restituendo vita ai librai, arginerebbe il crescente strapotere del mercato online, che sta distruggendo il mercato al dettaglio.

ADEI è tutti noi, dico scherzosamente sempre più spesso: sia vero o no, credo che nei prossimi anni contribuirà a dare una svolta consistente al prezioso mondo del libro. Che, ricordiamolo, rimane il pilastro dell’economia della cultura.

 

Marco Zapparoli

Presidente ADEI